Direttori Stefano Ambrosini e Franco Benassi
Giurisprudenza

Transazione fiscale nella composizione negoziata e natura del controllo del tribunale sull’autorizzazione all’esecuzione


* * *
Obituary

Ricordo di Emilio Norelli


Umberto Apice

Data pubblicazione
22 ottobre 2026

Scarica PDF

Obituary

TORNA INDIETRO

Salvo errori, ci siamo conosciuti nel 1992. Era l’anno in cui smisi l’attività di giudice delegato ai fallimenti presso il Tribunale di Roma per assumere le funzioni di consigliere presso la Corte di appello di Roma. In coincidenza, Emilio prese il mio posto nell’ufficio di viale delle Milizie, che io lasciavo vacante. Così si incrociarono le nostre biografie. Ma la staffetta fu il risultato di una sinergia tra casualità e volontà, come meglio sto per dire.

Dopo la fine di una lezione che avevo tenuto in un corso di formazione per avvocati o per ragionieri/dottori commercialisti notai un giovane di bell’aspetto, distinto e serio, che – senza dar segni di impazienza – aspettava sulla porta di uscita che io fossi libero, dato che abitualmente alla lezione seguiva uno strascico di domande e quesiti individuali. Appena mi vide solo si avvicinò e si presentò. Disse che era un collega al momento impegnato in veste di giudice presso il Tribunale di Cassino ma in procinto di trasferirsi a Roma, avendo fatto la domanda al CSM per il Tribunale di Roma. Quel giovane era Emilio Norelli, già fattosi notare per alcune sue sentenze in materia di procedure concorsuali redatte con stile limpido e con contenuti lungimiranti. Nella nostra futura frequentazione non tarderò a capire che si trattava di uno dei giuristi più dotati che la Magistratura aveva la fortuna di annoverare tra le sue fila. Dal primo momento colsi la sua determinazione nel programmare le cose della sua vita con razionalità, con pragmatismo: voleva stabilirsi a Roma, lui campano di Caserta; voleva essere assegnato alla Sezione fallimentare, in quanto il settore di studi giuridici da lui preferito era quello del diritto delle imprese in crisi.     

Confesso che non avevo mai conosciuto una persona ancora giovane (Emilio aveva da qualche anno superato i trenta) e già con le idee così chiare sul suo destino professionale. Simpatizzammo subito: certamente influì la medesima area di interessi scientifici che ci accomunava. Non solo. La vita, come spesso accade, ci aveva mandato dei segnali, manovrandoci come corridori in una staffetta misteriosa: lui arrivava là da dove io mi stavo allontanando. E allora perché non cooperare per rendere perfetta la sostituzione, proprio come in una staffetta? La cosa era possibile, indirizzando le nostre due volontà, manovrando sui margini temporali a disposizione di ogni magistrato nel prendere possesso di nuove funzioni. Così fu. Nello stesso giorno, o quasi, io presi possesso in Corte di appello, rendendo vacante il mio posto alla Sezione Fallimentare; Emilio, che ne aveva tutti i titoli, chiese  di essere assegnato a quel posto. Da allora, e per molti anni, si fece apprezzare dal foro di Roma per il suo garbo, il suo equilibrio, la sua preparazione.         

Grande riservatezza di carattere, al punto di apparire schivo, e grande rigore in tutto lo rendevano affidabile in ogni manifestazione della sua attività: nell’attività giudiziaria vera e propria (nelle funzioni sia di giudice sia di Presidente di Sezione prima in Tribunale e da ultimo in Corte di appello), nella partecipazione da relatore in congressi scientifici, nei quali la sua presenza era garanzia di alta qualità dell’evento, nella pubblicazione di ampie parti di prestigiosi trattati giuridici. Non è poco significativo che numerose sentenze che recano la sua firma come estensore sono state recensite e commentate dalle principali riviste giuridiche italiane. Last but not least: in materia di procedimenti camerali Emilio scrisse importanti contributi, tanto da essere considerato uno dei massimi esperti e l’autore di riferimento per eccellenza.

Vorrei chiudere questo piccolo scritto con un altro ricordo, che, in verità, è una testimonianza di un terzo. Una testimonianza involontaria e un terzo, che non è un terzo qualsiasi, ma un gigante della scienza giuridica: Elio Fazzalari, Maestro di generazioni di avvocati, magistrati e notai che hanno studiato Diritto Processuale civile alla Sapienza di Roma. I due – Fazzalari e Norelli – si conobbero pochissimo tempo dopo che era avvenuta la staffetta tra me e Emilio per l’ufficio di giudice delegato: Fazzalari, personalità di per sé prorompente, era già un "monumento nazionale"; Norelli, con la sua personalità pacata, era un giovane magistrato proveniente da un Tribunale di provincia. Cominciando le sue nuove funzioni Emilio si era riproposto di imprimere un’accelerazione alle tante procedure che per un motivo o per un altro "sonnecchiavano". In questi casi convocava davanti a sé o in camera di consiglio il curatore/commissario monitorato come non eccessivamente solerte: lo scopo era quello di fargli presentare le sue giustificazioni e stimolare un passo più veloce o, nei casi di maggiore criticità, le dimissioni dall’incarico. A ricevere l’avviso di convocazione fu anche l’eccelso prof. Fazzalari: un colpo per il suo amor proprio! Che conoscenza ho io della vicenda? In verità, sono a me noti pochi altri dettagli, ma illuminanti. Il prof. Fazzalari (al quale mi legava non un rapporto di amicizia, ma di solida stima reciproca) mi telefonò chiedendomi di venirmi a trovare. L’uomo che vidi entrare nel mio studiolo di casa non aveva nulla del barone universitario o del professionista arrivato. Era piuttosto l’immagine di un galantuomo addolorato perché aveva percepito la sua specchiata reputazione sfiorata dal dubbio di un giudice: e ne soffriva al punto da cercare con urgenza una via di sfogo. Ammise di essere incappato in un piccolo, veniale infortunio professionale. Ma cos’era il suo ritardo rispetto ai tempi abituali della giustizia? Quello che più mi colpì, durante il nostro colloquio, furono le espressioni che usò nel nominare Emilio: il suo giudice, il suo inquisitore, il suo Torquemada. Si capiva che era diventato per lui una subtle obsession. Credo che mi abbia detto che l’aveva persino sognato: bello e aitante, come nella realtà; elegante, senza dare l’idea di volerlo essere; sereno e di poche parole essenziali, come riusciva ad essere in qualsiasi occasione.

E’ con questi suoi tratti fondamentali che oggi vedo Emilio in partenza per il suo ultimo viaggio. Non so dove arriverà e chi incontrerà. Ma, se fosse vero che tutti dovremo imbatterci nel giudice supremo, sono sicuro che a lui sarà riconosciuto di essere stato in vita un radioso esempio di integrità morale,  equilibrio, umanità.

    Roma, 19 ottobre 2026