Articolo

La continuità aziendale (diretta e indiretta) fra diritto contabile e disciplina della crisi d’impresa.
Profili ricostruttivi e sottotipi concordatari. *


Stefano Ambrosini
Recensione

“Speriamo che sia femmina”. Un bel libro sull’equilibrio fra i generi.


Data pubblicazione
28 dicembre 2021

Recensioni

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È uscito da poco, nell’ambito dei Quaderni del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Universita’ di Torino, un interessante e accattivante volume dal titolo “Speriamo che sia femmina: l’equilibrio fra i generi nelle società quotate e a controllo pubblico nell’esperienza italiana e comparata”, curato dalle colleghe torinesi Mia Callegari, Eva Desana e Marcella Sarale.

Il libro ripercorre le tappe di un itinerario culturale prima ancora che giuridico che, a dispetto degli importanti sviluppi registrati negli ultimi anni, certo non solo in Italia, è lungi dal potersi considerare compiuto. E le questioni tuttora aperte, partendo dall’analisi della Legge Golfo-Mosca, sono poste sul tappeto in modo chiaro e convincente: dai limiti temporali di efficacia delle disposizioni normative, al tema della parità retributiva, alla persistente mancanza di un adeguato sistema sanzionatorio (per citarne solo alcune).

Il volume si apre con una sezione dedicata ai profili sociologici, per incentrarsi poi sui temi che costituiscono il vero nucleo dell’opera: i profili normativi e gli aspetti economici, suddivisi tra l’esperienza italiana e la prospettiva comparatistica.

Al centro dell’indagine stanno naturalmente gli strumenti per perseguire un’effettiva parità di opportunità fra i generi, a partire - come si legge nel primo contributo di Desana - dall’inquadramento nell’organizzazione aziendale e dalla gender diversity, nell’ottica di valorizzare opportunamente una maggiore sensibilità - di cui le donne sono, innegabilmente, più accorte portatrici - verso istanze ambientali e sociali, poste ancor più drammaticamente in luce dall’emergenza sanitaria tuttora in corso.

E la bontà di una scelta del genere (se ci è consentito il facile gioco di parole) sembra trovare conferma nei dati empirici, come illustrato nei due saggi sugli effetti virtuosi di una più folta presenza femminile all’interno dei consigli di amministrazione.

La parte comparatistica è davvero poderosa, occupando ben metà del volume e spaziando dai “modelli” europei notoriamente più avanzati (Norvegia e Svezia) alle legislazioni dei Paesi “maggiori”, caratterizzate da un approccio più gradualistico, come quelli francese e tedesco. Dall’illustrazione dell’esperienza anglo-americana e delle sue peculiarità si passa poi ad alcuni ordinamenti del Centro e del Sud America (Panama e Brasile), offrendosi così al lettore un panorama ampio e stimolante, anche in chiave prospettica.

Il volume, impreziosito dalla prefazione di Gastone Cottino, si chiude con le riflessioni di Callegari sulla gender equality alla luce, sopratutto, degli interventi dell’Unione europea, in cui l’autrice evidenzia giustamente, anche sulla scorta del 2021 Report on Gender Equality in the UE, che “attraverso il ricorso ai talenti di donne motivate, qualificate e competenti, finora non adeguatamente sfruttati, le società sono in grado di comprendere meglio le posizioni degli investitori e dei clienti e di acquisire all’interno delle stanze dei bottoni quelle diversità di vedute ed approcci che solo l’equilibrio di genere può garantire, traducendosi in un vantaggio competitivo sul mercato”.

Volgendo lo sguardo di poco indietro, è del 1998 il primo rapporto del CNEL sulla mappa del potere femminile in Italia: le donne dirigenti in imprese con oltre 500 dipendenti erano appena il 3%, mentre le parlamentari erano circa il 10% (oggi sfiorano il 36%). Negli ultimi lustri molta acqua (“pulita”) è passata dunque sotto i ponti, ma occorre avere la consapevolezza, lucida e costante nelle pagine del libro, che un tratto non breve di strada resta da percorrere. Ecco perché è più che mai attuale l’aspirazione contenuta nel titolo del volume qui recensito e mutuata dall’indimenticato film di Mario Monicelli: una maggiore presenza femminile - e non è, si badi, blanditiva acquiescenza all’odierno mainstream - non può che giovare: in ogni campo. 

Stefano Ambrosini